Jan Sokol

Il Caso Sokol

nel quadro della persecuzione contro la chiesa Cecoslovacca

L'Arcivescovo Jan Sokol

L'Arcivescovo Jan Sokol

Ridisegnati gli equilibri politici ed ideologici, nel nuovo contesto del dopoguerra europeo lo stato della Cecoslovacchia fu ristabilito quale era in precedenza alla occupazione tedesca della Boemia. Nel 1948, in seguito alla vittoria nelle elezioni parlamentari, il Partito Comunista Cecoslovacco prese il potere e la Cecoslovacchia entrò nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica. Anche a seguito della scomunica contro il marxismo pronunciata dal pontefice Pio XII, la liquidazione delle organizzazioni clericali divenne uno dei principali obiettivi ideologici della Dittatura del Proletariato avversante i religiosi ed il “loro influsso” sulla popolazione. Questo dossier si propone di ripercorre il caso che coinvolge monsignor Ján Sokol nel quadro della persecuzione della chiesa Cecoslovacca. Le informazioni disponibili sono frammentarie perché ricostruite dall’esame dei documenti sopravvissuti, spesso note di servizio e documenti amministrativi degli apparati repressivi dello stato comunista cecoslovacco. Questo spiega incertezze, ambiguità e minuzie di una ricostruzione forzatamente indiretta.

L’inizio della persecuzione - In Slovacchia, nella notte tra il 13 e il 14 aprile del 1950, la Polizia politica (StB) e la milizia comunista fecero irruzione in 56 tra conventi maschili, istituti religiosi e case parrocchiali. La “azione K” (definita per la sua brutalità come “notte dei barbari”) si proponeva la chiusura di tutti i conventi maschili e l’internamento dei religiosi. La misura repressiva, approvata dalla presidenza del Partito Comunista Cecoslovacco, su proposta del ministro dell’interno Alexej Cepicka, doveva essere: “un’azione improvvisa da effettuare nel corso di un’unica notte, un colpo ben assestato che avrebbe messo la nostra opinione pubblica e le altre nazioni davanti al fatto compiuto”. Sappiamo oggi che “il lavoro preparatorio fu compiuto dal funzionario della StB, Stehlik, in cooperazione con Gustav Husak“ e che “i reparti che intervennero erano composti da agenti di polizia, della StB, dell’esercito e della Milizia popolare, armati con manganelli, fucili, pistole, gas lacrimogeni, mitragliatrici“. Allo scopo di impedire ogni comunicazione, gli organi di sicurezza cecoslovacchi, oltre ad intercettare le telefonate occuparono anche gli uffici postali vicini ai conventi. La popolazione non reagì positivamente alla repressione ed in qualche caso i cittadini si schierarono in difesa dei religiosi tanto che sembra si verificassero persino alcuni conflitti a fuoco fra militari e civili. Comunque i conventi vennero razziati ed i funzionari di polizia ottennero un premio speciale, per l’azione K, di 800.000 corone provento delle confische. I conventi stessi furono poi messi a disposizione delle amministrazioni statali e successivamente impiegati quali uffici comunali, asili, associazioni sportive, caserme.

La detenzione dei religiosi - I religiosi rastrellati furono divisi in tre gruppi e condotti in conventi appositamente confiscati. I più reazionari furono condotti a Pezinok, un secondo gruppo nei conventi di Hronsky Benadik, Sastin, Jasov e Podolinec. Un ultimo, piccolo gruppo, da cui ci si attendeva un “atteggiamento più positivo” verso il regime fu smistato in varie parrocchie. La vita nei conventi di concentramento poco differiva da quella nelle carceri. Nel convento di Podolinec, ad esempio, vennero messe grate alle finestre ed una recinzione di filo spinato con poliziotti e cani da guardia. Il regime di disciplina prevedeva il lavoro e la rieducazione politica dei detenuti ma consentiva la celebrazione feriale di una messa di mezz’ora senza omelia (che di domenica durava un’ora) alla quale facevano seguito 3 ore di indottrinamento politico. Nell’ambito dell’azione K e delle successive azioni K1 e K2, furono internati complessivamente 1.180 religiosi in 76 conventi.

I Battaglioni Tecnici Militari - Una “azione R” liquidò gli ordini femminili mentre gli studenti di teologia che dopo la chiusura dei seminari non vollero immatricolarsi nell’unico seminario di Litomerice (sottoposto al controllo statale) ed i sacerdoti che si rifiutavano di collaborare o che erano intervenuti pubblicamente contro le nuove leggi in materia di religione vennero inviati al lavoro coatto nei “battaglioni tecnici militari” (PTP) istituiti in quegli stessi anni in Cecoslovacchia (1). Vi si viveva in solitudine totale, isolati dalle famiglie, sottoposti all’indottrinamento politico e all’arbitrio delle guardie. Dopo un primo addestramento militare, le reclute erano inviate ai lavori, alcuni leggeri (cantieri, agricoltura, foreste), altri più pesanti e rischiosi (miniere e metallurgia) e persino utilizzati nello sminamento della zona di Dukla. Tra il 1950 ed il 1954 finirono nei PTP 350 religiosi e almeno 700 sacerdoti (tra diocesani e teologi) dislocati inizialmente nelle cosiddette compagnie “parrocchiali” dove vivevano isolati tra loro, erano vestiti in divisa e, se non erano puniti per qualche motivo, avevano il permesso di pregare un quarto d’ora al giorno con il breviario. In alcuni casi fu loro permesso di celebrare messa la domenica mattina presto (fra loro e senza la presenza di altri fedeli) ma quando le compagnie “parrocchiali” furono sciolte e i religiosi distribuiti fra gli altri condannati questo divenne impossibile.

La centrale ideologica Vaticana - Nel frattempo il Vaticano era considerato una delle “centrali ideologiche“ nemiche e veniva tenuto costantemente sotto controllo dall’apparato di sicurezza comunista. Nel marzo 1956, l’allora ministro degli interni Cecoslovacco, Rudolf Barak emanò una disposizione segreta contro il papato che “opera attivamente a fianco degli altri servizi occidentali, con premeditazione e attività cospirativa contro i paesi del campo della pace”. La polizia politica StB iniziò a raccogliere informazioni sui fedeli dell’emigrazione religiosa, che “lavorano per lo spionaggio vaticano contro la Repubblica cecoslovacca” e sulle loro famiglie selezionando nel contempo alcuni soggetti capaci di penetrare in Vaticano, soprattutto ex teologi da iscrivere a corsi all’estero (2). La disposizione di Barak indicava gesuiti, domenicani e salesiani come bersagli preferenziali perché “questi ordini occupano le istituzioni più importanti dell’apparato vaticano”. Il metodo di arruolamento degli informatori fu il ricatto seguito dalla volontaria accettazione di una collaborazione con i servizi segreti. Nel gennaio del 1959 venne istituita presso la Direzione I della polizia politica la “sotto-unità operativa” competente per le problematiche vaticane. L’agente “Denis” fu subito uno dei più attivi tanto che già nel marzo del 1959, sulla base dei dati da lui raccolti fu possibile compilare un dossier intitolato “Il successore di Pio XII secondo il cardinal Montini” relativo ad un documento vaticano segretissimo di 74 pagine esistente in due sole copie: una per il Papa e una per l’archivio vaticano. In questo documento di enorme interesse per l’StB, l’autore, il cardinal Montini, distingueva l’”inconciliabilità” politica da quella religiosa: “Nella sfera religiosa vi sono ambiti in cui l’inconciliabilità non può essere mai superata, ma vi sono anche ambiti che permettono un’ampia possibilità di manovra e quindi di concessioni… Oggi non possiamo porre la speranza in una rapida caduta del regime comunista ed è necessario mettere in conto una base di convivenza”. Nel merito del futuro successore di Pietro Montini presagiva che “dopo un pontificato intellettuale è necessario che segua un pontificato profondamente spirituale” un papa più semplice ed umile se “è necessario che tutti gli impiegati della segreteria sentano che per il papa essi sono collaboratori e consiglieri e non semplici impiegati esecutivi”. La predizione si sarebbe concretizzata con l’elezione del cardinal Roncalli, il quale aveva dichiarato che “nel futuro è necessario, nell’interesse della Chiesa, che il Vaticano sia a favore della pace fra i popoli e della pace fra Oriente e Occidente”.

L’agente Denis e la Compagnia di Gesù – In linea con le aspettative dei superiori, l’agente Denis ed i suoi colleghi, si interessavano particolarmente alle attività dei gesuiti: “Il servizio di informazioni della Compagnia di Gesù è quello più diffuso e meglio organizzato della Chiesa cattolica… I gesuiti nel loro collegio al n. 45 di Piazza del Gesù a Roma hanno la centrale informativa per l’Europa centrale”. Ma attraverso i suoi informatori la polizia politica iniziava a classificare personaggi ed attitudini dei ministri della Chiesa di Roma. Il sottosegretario di stato vaticano Angelo Felici, incaricato delle questioni cecoslovacca e ungherese, era “un convinto oppositore del comunismo”; l’attività a Vienna del nunzio Opilio Rossi “è rivolta non solo ai rapporti fra lo Stato austriaco e la Santa Sede, ma ha il compito di osservare i vicini comunisti (…) Mons. Rossi avrà personalmente il compito di raccogliere le fonti di informazioni di cui il Vaticano dispone in Cecoslovacchia e in Ungheria”. In un quadro di diretta contrapposizione e comparazione dei metodi e delle tecniche, l’StB identificava delle “centrali spionistiche” di natura religiosa e dirette contro la Cecoslovacchia: a Vienna i domenicani sulla Postgasse, i francescani di Franziskanerplatz ed i salesiani sulla Hafemullerstrasse – in Ungheria i benedettini di Pannonhalma e i basiliani di Mariapocs. Sotto speciale osservazione vennero poi poste le associazioni Legio Mariae ed i focolarini.

I confessori delle olimpiadi di Roma – In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, gli apparati per la sicurezza dello stato cecoslovacco, competenti per lo scacchiere italiano nel quadro degli accordi fra servizi segreti del Patto di Varsavia furono allertati. Rapporti allarmati osservavano che “per confessare atleti e turisti dai paesi dell’Europa centrale sono stati nominati confessori particolari”. Confessori come padre Vincent Tomek e monsignor Nahalka avrebbero potuto avere un influsso “ideologicamente negativo” che sarebbe stato “coordinato dai “servizi italiani, americani e vaticani (rappresentati questi ultimi dal gesuita Fiorello Cavalli)“. In occasione del Concilio Vaticano II il segretario di stato vaticano Angelo Dell’Acqua chiese all’ambasciatore italiano a Praga, Enrico Aillaud, di trasmettere al governo cecoslovacco la richiesta di avere “almeno un vescovo” per il Concilio. Nonostante la linea politica identificasse nel Concilio una vera e propria azione antagonista (“La preparazione al concilio si svolge nel segno della creazione di unità cristiane anticomuniste”) le autorità cecoslovacche permisero all’ultimo momento a tutti i vescovi, fatta eccezione per Robert Pokorny di Roznava, di uscire dal paese.

Preti e spie al Concilio Vaticano II – L’arrivo della delegazione di prelati e del suo seguito di agenti e spie comuniste “fu per il Vaticano una sorpresa”. Ma certo fu anche una occasione di reciproco sospetto ed intrigo se gli operativi della StB riportavano ai loro superiori che monsignor Stefan Nahalka “raccoglie informazioni sulla Cecoslovacchia per le trasmissioni di Radio vaticana, lavora con Radio Europa Libera per la quale cerca altri collaboratori, e utilizza il nome in codice Bystrik”. Tra gli emigrati cecoslovacchi che risultavano di particolare interesse per le informative destinate a Praga erano Pavol Hnilica, Felix Litva, Michal Lacko, Stefan Porubcan e Jozef Tomko ma anche altri rappresentanti vaticani, come il direttore della Segreteria di Stato per l’unità dei cristiani, cardinal Bea, o mons. Casaroli. I rapporti sui vari prelati e correnti del cattolicesimo distinguevano tra un “anticomunismo primitivo” e uno “intellettuale e più illuminato” precisando che “i principali esponenti di questa seconda linea, pur sottolineando la necessità della lotta contro l’ateismo marxista filosofico-religioso, hanno tentato di realizzare il dialogo”. Fra i massimi sostenitori di questo tipo di “dialogo” sarebbe stato il primate olandese Alfrink mentre fra i padri conciliari “più anticomunisti” si annoveravano il vescovo cinese Paulo Yu Pin, il canadese Maxim Hermaniuk, il tedesco Stimpf e lo jugoslavo Franic. “Primitiva e militante” fu classificata la posizione di mons. Barbieri, che definiva l’ateismo come “massima sciagura della nostra epoca” e come un “crimine”. In questo quadro era chiaro che il movimento ecumenico fosse considerato dai servizi di sicurezza dello stato cecoslovacco come un anticomunista: “Il motivo principale per la tensione all’unità delle Chiese è l’anticomunismo. Lo scopo del movimento ecumenico è la creazione di un fronte che difenda le posizioni della Chiesa e affronti l’ateismo e la diffusione del comunismo in genere”.

Il Fascicolo Sokol – Nel quadro di questa difficilissima situazione generale, nel 1963 venne aperto a carico del prelato Ján Sokol, negli archivi della StB un cosiddetto “fascicolo di segnalazione”, una prassi comune nei confronti dei sacerdoti cecoslovacchi. In quello stesso periodo venne precipitosamente aggiornato il dossier del cardinale Montini, divenuto 262° vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, il 21 giugno del 1963. Il nuovo papa, Paolo VI, era ritenuto, a Praga, un diplomatico capace di compromessi “che continuerà fondamentalmente la politica del pontefice precedente” ma l’StB avvertiva, nel 1964, che la segreteria di Stato vaticana intendeva consentire autonomia illimitata bianca ai vescovi operanti nelle Democrazie Popolari sicché potessero essere ordinati nuovi sacerdoti agendo senza attendere i consensi statali. Un rapporto d’agenzia intestato “Opinione del Vaticano sulla scelta dei vescovi” rilevava che il Vaticano esprimesse sopratutto personalità “neutrali dal punto di vista politico”, non “anticomunisti fanatici”, ma comunque persone che “non erano disposte a capitolare di fronte al regime e continuavano a difendere i propri diritti”. I loro colleghi ungheresi della sezione ‘Ostpolitik, nel dicembre 1965, si limitarono ad etichettare Paolo VI come un deciso oppositore del comunismo. Considerato che, negli anni successivi e sino alla caduta del Muro di Berlino, gli apparati di sicurezza dello stato cecoslovacco non mutarono di molto la loro opinione sui successori di Pietro al Soglio Papale, ci limiteremo per amore della concisione, a ritornare, in questo nostro excursus storico al caso Sokol ed alle accuse di collaborazione che gli sono state e continuano ad essergli rivolte (3).

Jan Sokol nei registri della StB

Jan Sokol nei registri della StB

Il nome Jan Sokol (nato il 9 ottobre 1933) appare registrato negli elenchi della StB di Bratislava il 5 settembre 1972 come nr. 13007, col nome in codice “Spiritual” poi cambiato in “Svatopluk”, tipologia “KTS”, “candidato alla collaborazione segreta” e “agente”:

Sokol Collaboratore Volontario - Sokol (secondo una nota interna della StB siglata dal funzionario D. Kemeny ed emersa solo nel 2005 quando l’Istituto per la memoria nazionale IMN l’ha ritrovata negli elenchi della StB) sarebbe stato un collaboratore volontario e affidabile quando, nel giugno 1981 avrebbe suggerito ai servizi di sicurezza dello stato di trasferire il sacerdote Julius M. Prachar, allora cappellano a Malacky in una parrocchia più grande “in modo che abbia molto più lavoro” e meno tempo da dedicare ad attività invise al regime. Secondo altri documenti (emersi dagli archivi del ministero degli interni della Repubblica Ceca) risalenti al 1987 ed al 1988, Sokol avrebbe trasmesso informazioni su colloqui avuti in Vaticano. Esisterebbero infatti sette rapporti sugli incontri tra Sokol e l’allora funzionario dei servizi S. Monsberger, incontri nel corso dei quali il prelato sarebbe stato anche pagato per alcune informazioni ottenute. In un altro rapporto del maggiore Rudolf Mizera del dicembre 1988 si parla dell’incontro tra Sokol “e l’ex professore dell’istituto salesiano vaticano Stefan Silhar e l’incaricato della Congregazione de propaganda fide [Jozef] Zlatnansky” (4) in quella circostanza Sokol “ha chiesto quale sia la posizione del Vaticano in merito alla Chiesa illegale [clandestina], e in concreto sul vescovo Korec. Gli è stato risposto che Korec è un vescovo riconosciuto dal Vaticano, che tuttavia non ha alcuna giurisdizione, ossia è sottoposto al vescovo locale, in questo caso allo stesso Sokol. In Vaticano non distinguono tra Chiesa legale e Chiesa clandestina… L’unica cosa che Korec può fare è consacrare i sacerdoti. Sokol tramite Silhar si è incontrato con il suo ex cappellano Milan Bubak che a settembre era emigrato in Italia… Bubak si è scusato per aver abbandonato la parrocchia, ma ha detto che da sempre voleva diventare missionario e già in Cecoslovacchia era entrato illegalmente nei verbiti, dove l’ha accolto Jozef Skoda, religioso a riposo… Misure: Tramite agenzia avviare i contatti tra Sokol e il “vescovo” Korec per monitorarne le opinioni e il comportamento e volgerle a nostro favore, con la premessa che Sokol dopo i colloqui in Vaticano gli renderà noto di essere suo superiore”. In ulteriori documenti, dell’89  la “fonte Spiritual” (identificata dagli storici dell’IMN unicamente con Sokol) condannava la manifestazione repressa a Praga a gennaio in occasione dei 20 anni dalla morte di Palach: “L’azione solitaria di Palach è contro tutti gli insegnamenti e i princìpi del cattolicesimo” criticando anche il messaggio di sostegno ai manifestanti inviato dal cardinal Tomasek. Restani poco chiare le circostanze (negli archivi della polizia e del ministero degli Interni dell’epoca non ve ne è traccia) di un incidente stradale avvenuto nel 1983 con protagonisti l’arcivescovo Jan Sokol e la cuoca della parrocchia, Maria Hanzelova (5). La nipote della Hanzelova ha dichiarato che l’incidente ebbe cause fortuite non imputabili a Sokol, in quanto l’auto su cui viaggiavano i due finì contro un albero a causa del ghiaccio sulla strada, ma nell’incidente la cuoca perse la vita dopo un breve ricovero all’ospedale e prassi della StB era proprio quella di sfruttare le occasioni di ricatto.

I documenti ancora esistenti - Altri documenti StB riguardanti Sokol si possono suddividere in 3 gruppi:
Primo gruppo - fascicoli relativi ad appartamenti di servizio, (il cui utilizzo era soggetto a procedure atte ad evitare di comprometterne segretezza e sicurezza) utilizzati per incontri riservati con i collaboratori. L’appartamento “Zora” (situato a Bratislava in via Budovatel’ska al nr.13) sarebbe stato usato per incontrare Sokol dal 7 aprile 1979 al 14 gennaio 1986 (e vi sono ricevute delle spese per i pasti consumati) e l’appartamento “Otex” (intestato ad un fantomatico Martin St’astny, si trova, sempre a Bratislava, in via Malinovska, attuale Sancova, al nr.12) dove i servizi avrebbero incontrato Sokol dal gennaio all’ottobre 1989, ossia anche dopo la nomina ad arcivescovo avvenuta nel luglio 1989. Secondo ricevute relative all’uso delle risorse finanziarie per il foraggiamento dei collaboratori segreti, Sokol avrebbe ricevuto dall’allora funzionario della StB S. Monsberger: 350 corone nel novembre 1984, 185 nel giugno 1985, 280 nell’ottobre 1985, 420 nell’ottobre 1986, 1000 nel dicembre 1987, 3000 nel giugno 1988. Oltre ai soldi, Sokol avrebbe sicuramente ricevuto altre ricompense in regali.

Jan Sokol alias Svatopluk

Jan Sokol alias Svatopluk

Dai registri esistenti risulta comunque che Sokol diviene un agente della StB solo nell’89, subito prima di diventare arcivescovo. Il 24 luglio 1989 il suo fascicolo viene re-immatricolato al numero 40221 dove è registrato come agente col nuovo alias di “Svatopluk”. Il suo fascicolo viene definitivamente distrutto il 7 dicembre dello stesso anno, tre giorni prima delle dimissioni del presidente comunista Gustav Husak e la fine del regime.

L’Istituto per la Memoria NazionaleI documenti di archivio sul caso Sokol sono emersi grazie all’analisi e sistematizzazione dei documenti sopravvissuti alla distruzione o all’oblio. L’Istituzione dello stato slovacco denominata Istituto per la Memoria Nazionale (UPN) è nata allo scopo di raccogliere, classificare e rendere disponibili tutti gli archivi relativi al periodo che va dal 1939 al 1989. Assumendone la direzione Jan Langos, figura prominente del dissenso slovacco, aveva coronato il suo sogno di operare per fare piena luce sulla storia delle persecuzioni comuniste in Cecoslovacchia. Ma il suo nome è stato inciso su una lapide (oltre a diventare il titolo di un premio per i diritti umani ed un esempio per coloro ai quali sta a cuore la verità) la mattina del 15 giugno 2006 quando, nei pressi di Kosice, è morto in uno strano incidente stradale. Si stava recando in tribunale per il dibattimento della causa che vedeva contrapposti l’UPN e il vescovo Jan Babjak, il cui nome compare tra gli ex-informatori della polizia politica. Dichiarò nel pieno della polemica riferita alla presunta identificazione di un altro prelato (l’anziano sacerdote Anton Shrolec) che era preoccupato per la sopravvivenza di documenti della StB che avrebbero dovuto essere distrutti segretamente nel dicembre 1989 ma di cui originali o copie erano finiti in “posti pericolosi” e avrebbero potuto essere sfruttati da ricattatori. “è importante sapere se coloro che sono stati collaboratori segreti continuino ancora a ricoprire incarichi pubblici”.

Il parere degli storici - Il caso Sokol ha immediatamente aperto un intenso dibattito storiografico che ha coinvolto la maggior parte degli studiosi nel tentativo di definire con precisione i termini e la portata delle azioni del metropolita. è lo storico J. Plachy a rilevare che coloro che compaiono nei registri della polizia politica avevano necessariamente avuto dei contatti diretti “è ovvio che non stiamo parlando dei banali colloqui di routine che avevano tutti i cittadini che rientravano da un viaggio in Occidente” (6). Ed in ogni caso ci sono fonti documentali principali come sono le notizie scritte comunicate dal presunto collaboratore e conservate nei fascicoli. Il suo collega Jan Pesek ha spezzato una lancia in favore di Sokol sostenendo che potrebbe aver preferito tenersi il segreto a fin di bene: “formalmente resto un agente ma farò di tutto per non danneggiare la Chiesa sapendo bene che quel che faccio resterà un segreto”. Ma lo studioso P. Blazek (7), rimprovera alla Chiesa di non aver voluto ancora fare chiarezza rispetto ai presunti ex collaboratori della polizia politica comunista “La discussione si è incentrata più sull’aspetto etico che sui casi concreti” auspicando la creazione di una commissione ecclesiale che si occupi, come in Polonia, dei casi reali. è però l’archivista M. Lehky dell’Istituto per la Memoria Nazionale, ad esprimere un parere definitivo sostenendo che, benché il fascicolo Sokol sia stato distrutto, “la sua iscrizione come agente è un fatto che non si può negare”.

Preti o Spie? – C’è però da considerare che se anche Sokol fosse stato un agente della polizia politica il suo non sarebbe un caso speciale. Nella sola arcidiocesi di Bratislava-Trnava il nome di ¼ dei decani risulterebbero nelle liste dei servizi segreti : BIROCZI Stefan (nato il 1942) decano di Dunajska Streda, originalmente persona non grata, poi iscritto come agente; BUCIK Jan (1961), decano a Sered’, agente “Gregor” nel 1988; ELEK Ladislav (1957), decano a Komarno, agente “Laco” dal 1987; FORMANEK Jan (1936), membro della Commissione liturgica, decano e parroco della chiesa di S. Elisabetta a Bratislava, informatore “Kopaniciar” dal 1965 (nel 1968 il suo fascicolo è stato distrutto); GABRIS Jozef (1957), ammin. decanale a Hontianske, agente “Julo” dal 1982; HERDICS Gyorgy, decano a Sal’a, agente “Teolog” nel 1986; HERENYJ Stefan (1948), parroco di Bratislava-Nove Mesto, agente “Stevo” dal 1978; KURKIN Frantisek, decano a Skalicka, agente “Kniha” nel 1976; LUPTAK Juraj (1945), parroco a Bratislava-Vrakuna, agente “Zenon” dal 1972; MINAROVIC Jozef (1930), titolare della cattedra di teologia morale alla facoltà teologica cattolica dell’Università Carolina, amministratore della parrocchia del duomo di S. Martino (a Bratislava), agente “Jozef” dal 1973; ONDREJOVIC Milos (1924) sacerdote del capitolo di S. Martino, agente “Medard” dal 1972; PINTER Zoltan (1945), decano a Nove Zamky, agente “Zolo” dal 1979; POKOPEC Michal (1948), decano di Malacky, agente “Dubec” dal 1979; SISULAK Imrich (1951), decano a Banska Bystrica; inizialmente dal 1975 persona non grata, fascicolo archiviato nel 1984; dall’84 la StB ne apre un altro a suo carico come agente “Matuska”; SLANINKA Augustin (1955), assistente spirituale del seminario, prete di Bratislava-Prievoz, agente “Benovsky” dal 1981; SUCHANOVSKY Stefan (1955), diacono a Bratislava-Nove Mesto; agente “Marcel” dal 1987; VALACH Ondrej (1948), decano a Topol’ciani, agente “Adam” nel 1981; ZABAK Jan (1933), sacerdote della chiesa della Trinità a Bratislava; agente e informatore “Zobor” e “Zitava” dal 1964 all’84 (8).

La ferita interna al clero - In un vecchio numero del settimanale cattolico praghese KT P. Opatrny, allora docente alla facoltà teologica, ribatteva alle accuse dicendo che per la Chiesa “ciascuno risolve i problemi della propria coscienza personalmente, non pubblicamente”, e che i preti venivano comunque convocati dai loro superiori caso per caso (9). Con più realismo don Prachar, il sacerdote che Sokol avrebbe fatto trasferire (per distoglierlo dalla pastorale clandestina) e che poi non ha fatto altrettanta carriera nel suo sacerdozio, ha commentato: “dovremmo avere il coraggio di riconoscere che anche nella Chiesa c’erano dei collaboratori (della STB)”. E’ sempre la stampa cattolica praghese a riportare testimonianze di sacerdoti che raccontano il loro “ingaggio” da parte della StB durante la leva militare. Il primo prete conclude dicendo che “quelli che sono stati in carcere, oggi sono eroi, mentre noi siamo nel limbo del disonore”. Il secondo (che aveva subito le asprezze del regime) gli replica seccamente: “E che dobbiamo farci, reverendo? Peggio per voi che non avete avuto le palle…”.

Il caso di Marian Kus - Sarebbe insomma stato proprio vero, nella Cecoslovacchia comunista, che l’abito non fa il monaco. Marian Kus, più recentemente membro dell’esecutivo del partito socialdemocratico (in maggioranza al governo all’epoca dello scandalo che lo vide coinvolto), compare negli elenchi della StB come agente infiltrato nella Chiesa cattolica ceca e polacca. Pare che fosse particolarmente bravo e che volessero inviarlo a studiare in seminario in Vaticano. Kus, eccelso spione quale è, era persino riuscito a falsificare la copia del documento ufficiale in cui risultava essere un ex-agente (10).

Il vescovo Lobkowicz – Lo storico Blazek ed una ex attivista del dissenso cattolico, M.R. Krizkova, hanno accusato F. Lobkowicz, già vescovo di Ostrava-Opava, di misconoscere la propria collaborazione con la StB (avvenuta secondo i documenti tra il 1984 ed il 1989 se non prima) (11). Il vescovo Lobkovicz ha reagito diffondendo una dichiarazione “contro gli attacchi dei media”. Nel testo, il vescovo dice di aver aiutato molti fedeli “a vivere liberamente la propria fede sotto la pressione totalitaria (…) la mia coscienza è pulita”. Le accuse dello storico B. Fliedr sono invece piuttosto precise: “Gli ex collaboratori della StB nel tempo sono arrivati a incarichi importanti. Uno ad esempio oggi lavora nella commissione per la beatificazione del card. Beran, che ebbe il suo bel da fare con l’StB. Un altro, collaboratore attivo, è stato fino a poco tempo fa segretario della conferenza episcopale ceca”.

Il caso del vescovo evangelico Filo – A monsignor Julius Filo era stato intestato un fascicolo di 195 pagine (12). Il volume delle pagine sarebbe in proporzione alla sua anzianità spionistica: Filo sarebbe stato un collaboratore della StB per 14 anni, fino alla caduta del regime, con il codice di “Julo”. Risulta dalle annotazioni che i suoi superiori fossero tanto contenti per le soffiate che trasmetteva da ricompensarlo con somme in denaro anche in occasione dei suoi onomastici e compleanni. E’ certo che che Julo abbia ricevuto 300 corone, nell’aprile 1978, mentre nel 1982, per il suo compleanno, gli furono date 315 corone (l’equivalente di un mese d’affitto). Il fascicolo riporta questa dichiarazione del presule: “Come cittadino del nostro Stato socialista sono pronto ad informare gli organi della sicurezza su avvenimenti che non sono in armonia con il nostro diritto penale e minacciano la sicurezza del paese”. Dopo la fine del regime Filo aveva persino avuto la proditorietà di controfirmare una petizione in cui si chiedeva che gli elenchi degli agenti della StB non venissero resi pubblici.

L’autodifesa di Sokol – Sokol ha sempre minimizzato la portata delle che accuse gli vengono rivolte nel tempo contro-attaccando e contro-denunciando “il tentativo di danneggiare la fiducia nella Chiesa, che negli anni del totalitarismo ha dimostrato a prezzo di grandi sacrifici di stare dalla parte della verità”. Ha dichiarato il 12 gennaio 2007: “Voglio ripetere e qui dichiaro con retta coscienza che non ho mai collaborato in nessun modo con la Sicurezza di Stato (StB) cecoslovacca”. Ma poi il 21 febbraio: “Sulla base della tipologia di informazioni contenute nei documenti della StB pubblicati, è chiaro che sono stati prodotti da un’altra persona o da altre persone e non da me”. E poi cesellando il 27 febbraio: “Non ho mai collaborato consapevolmente con la StB e nemmeno le ho passato consapevolmente informazioni che potevano danneggiare la Chiesa o qualsiasi cittadino. I funzionari dell’StB mi hanno costretto ad incontrarmi con loro. Durante questi incontri, per me umilianti, mi sono sforzato di salvaguardare gli interessi della Chiesa e deviare l’attenzione della StB su faccende insignificanti”. Sokol si è detto anche “consapevole di aver la coscienza pulita riguardo alla mia fedeltà incondizionata alla Chiesa, alla mia lealtà verso il Santo Padre e i confratelli sacerdoti anche nei duri tempi della persecuzione comunista”.

La difesa della chiesa – A seguito delle rivelazioni contro di lui Sokol ha scritto a Benedetto XVI lamentando attacchi mediatici personali, ribadendo di non aver mai danneggiato, col suo comportamento, la Chiesa e confermando di esserle stato sempre fedele e di volerle rimanere tale. L’arcivescovado ha presentato testimonianze a discolpa dell’arcivescovo, fra i quali il suo appoggio alla manifestazione non autorizzata dei fedeli del marzo ’88 (che finì con la brutale repressione da parte della polizia), la testimonianza del vescovo Korec che operò a lungo nella Chiesa clandestina, e dell’avvocato dei dissidenti” Jan Carnogursky. Quest’ultimo in un’intervista alla tv , rivangando un episodio del passato, ha ricordato come Sokol avrebbe potuto far cadere in trappola facilmente gli attivisti cattolici con cui era in contatto mentre ciò non è mai accaduto, e ha messo in guardia dal tirare le somme troppo in fretta. La tesi di Carnogursky: io come avvocato sapevo come difendermi durante gli astuti interrogatori della polizia, ma i religiosi non erano preparati a ricatti e pressioni esercitati ad arte dagli agenti.  Anche per questo, nel marzo 2005, la Conferenza episcopale dichiara che “vivere la purificazione secondo la verità e nella verità” è garanzia per una vita dignitosa del singolo e dell’intera società. Durante l’epoca comunista Sokol “disponeva di molte informazioni importanti e sensibili la cui rivelazione avrebbe minacciato seriamente l’esistenza della Chiesa clandestina,” ma che tuttavia nessuna di queste informazioni sarebbe stata propalata”. La dichiarazione dei vescovi slovacchi si conclude affermando che “non c’è motivo per non credere a mons. Sokol”. Alla pubblicazione di nuove polemiche i vescovi slovacchi hanno pronunciato, nel febbraio dell’anno successivo, un laconico comunicato in cui si afferma che sui documenti “si può esprimere con cognizione di causa solo l’arcivescovo Sokol”, e si rimanda nuovamente al documento ufficiale del 2005. In esso i vescovi, riconoscendo “che alcuni religiosi hanno collaborato e sono stati a servizio della StB (…) e non intendiamo prendere le loro difese”. La posizione di fondo è sempre la stessa: se i presunti collaboratori hanno agito sotto pressione o per debolezza, sono da deplorare, mentre bisogna aver compassione di loro se si sono trovati avvinghiati nella rete della StB perché lasciati soli. Secondo la chiesa “Molti non hanno sopportato questa pressione e altri credevano che collaborando avrebbero difeso la Chiesa, ma la maggioranza assoluta dei sacerdoti è rimasta fedele, e i primi a finire alla gogna dovrebbero essere i funzionari comunisti”.

Nuove polemiche – Nel 2007 il metropolita Sokol ha innescato l’ennesima polemica concedendo una intervista alla tv slovacca TA3 in cui ha dichiarato che nella Slovacchia del periodo bellico (lo stato fantoccio filo nazista) molta gente viveva nel benessere e che Sokol conserva stima personale per il prete presidente Jozef Tiso, condannato a morte dopo la guerra per collaborazionismo. A proposito dei crimini commessi in quel periodo Sokol ha sostenuto di condannarli mantenendo le sue opinioni personali sulla lettura storica di quel periodo – con ciò suscitando le dure reazioni della comunità ebraica e rom, vittime delle deportazioni di quel regime. La piccola comunità ebraica locale aveva definito “oltraggiose e inaccettabili” per le vittime dell’Olocausto le parole dell’arcivescovo. Ma Sokol è ritornato ancora sull’argomento lodando ancora il capo dello stato fascista dell’epoca, il prete cattolico Jozef Tiso: “Ho grande stima per lui perché lo ricordo dai tempi della mia infanzia. Eravamo molto poveri allora, ma durante il suo governo la situazione migliorò notevolmente. Avevamo tutto quello che volevamo. Anche durante la guerra”. Nello stesso periodo in cui, secondo Sokol “la situazione migliorò notevolmente. Avevamo tutto quello che volevamo” 70.000 ebrei slovacchi furono deportati. La quasi totalità morì ad Auschwitz. Pochi altri scomparvero negli altri campi di concentramento dell’est europeo.

Il trasferimento dei fondi – L’Arcivescovo Emerito di Trnava Jan Sokol, di cui molti ritengono provata la collaborazione con il Servizio Segreto Comunista Cecoslovacco (StB), avrebbe trasferito 16.6 millioni di euro (in cinque diverse fasi) all’ex agente StB Stefan Nahlik nel 1998, secondo una inchiesta pubblicata dal settimanale Tyzden. La somma in questione sarebbe proverrebbe dalla vendita di un terreno originariamente di proprierà della chiesa cattolica nell’area di Zlate Piesky a Bratislava, dove oggi sorge il sito del Tesco superstore. Sokol ha negato di aver trasferito danaro sul conto di Nahlik (nel frattempo trasferitosi in Canada) e si è dichiarato pronto a giurarlo in tribunale sostenendo che la fonte delle informazioni è fasulla. Sokol non avrebbe conosciuto Nahlik (che comunque sarebbe stato il principale strumento della StB nelle attività spionistiche contro la chiesa negli anni ’80): “è una bugia al 100%”.  Ma il portavoce della Conferenza Episcopale slovacca, Jozef Kovacik, ha reagito diversamente dal solito: “è una informazione seria dal nostro punto di vista. Se fosse provata, sarebbe una seria accusa contro in arcivescovo” aggiungendo che le autorità Slovacche preposte si stavano interessando alla questione dei bonifici bancari mentre altre questioni sarebbero di competenza della giustizia vaticana. Ma al di la delle accuse di Týždeň, che ritiene di aver provato che Sokol trasferì il denaro (versato su un conto diverso da quello dell’Arcivescovato) in 5 pagamenti da circa 100 milioni di corone. Sempre secondo il settimanale la polizia avrebbe all’epoca indagato su queste transazioni bancarie sospette senza però avviare alcuna investigazione ufficiale.

Le dimissioni di Sokol – Il Papa Benedetto XVI ha accettato le dimissioni di Ján Sokol, arcivescovo di Trnava, il 18 aprile 2008 sostituendolo con Robert Bezák, un prete della diocesi di Banská Bystrica. “Secondo le leggi canoniche ogni arcivescovo che supera i 75 anni rimette il suo incarico al Papa. Anche Sokol lo ha fatto come consuetudine e poiché normalmente il Papa accetta la remissione dell’incarico questo esito era prevedibile” ha detto Jozef Kováčik, nella sua qualità di portavoce della conferenza Episcopale. Con la quiescenza di Sokol, ed il silenzio che è conseguentemente calato su di lui, si conclude la parabola storica della sua vita ma non il dibattito storico e polemico legato al suo nome. In assenza di certezze documentali il campo resta libero per opinioni e convinzioni del tutto personali e soggettive. Del resto, del suo eventuale operato, e sopratutto delle sue  motivazioni, Jan Sokol, non ha mai risposto alla giustizia degli uomini.  Ne risponde alla sua coscienza e (conformemente alla sua fede) ad un Dio misericordioso, che non dovrebbe far fatica a perdonargli qualunque azione. Ma forse proprio sperare nella misericordia divina rese tanti uomini di fede dei burattini funzionali alla distruzione delle loro convinzioni religiose e filosofiche.

Antonio Aldo “Tony” Papaleo


1 ”Horke vzpominani II” di AA.VV. ed  “Il clero e i PTP” di V. Vlcek (sulla vita quotidiana dei religiosi nei campi) Katolicky Tydenik, 38/2005.
2 Jozef Hal’ko, Ceskoslovenska rozviedka a Vatikan, bo
llettino ’UPN 2/2005.
3 CFR. Charta77.org
4 CFR. Charta77.org
5 SME, 25 aprile 200
6 KT 2.01.07
7 Lidove Noviny 30.11.06
8 SME, 7.7.05
9 KT 2.01.07
10 “Un ex-agente della StB nei socialdemocratici” (SME, agosto ’05)
11 “Dibattito sugli archivi dell’ex polizia politica” (Sme, 17.10.06)
12 CFR. SME 7.06.05, Novy cas 8.06.05, SME 9.06.05

la Voce della Slovakia, Laurinska 2 (ufficio 223), Bratislava © 2010